IL NUOVO BENE DI LUSSO? UNA VISITA DERMATOLOGICA NEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE
Aggiornamento: 28 ago

Quasi 5 miliardi di nuovi casi di malattie della pelle ogni anno, ma soltanto il 17% dei Paesi dispone di un numero adeguato di dermatologi. Un grande studio internazionale fotografa la crisi. Il problema, però, non è soltanto quanti specialisti abbiamo: è dove lavorano, chi riesce a raggiungerli e che cosa accade dopo la prima visita.
Avere una malattia della pelle e riuscire a curarla sono due cose profondamente diverse.
Milioni di persone convivono con dolore, prurito, infiammazione, lesioni, ferite, cicatrici e riacutizzazioni. A questo si aggiungono stigma, isolamento, difficoltà sul lavoro, assenze scolastiche e conseguenze sulla salute mentale.
Eppure, per ottenere una visita dermatologica nel servizio pubblico, molte persone devono aspettare mesi. Se la malattia peggiora, le alternative sono spesso due: pagare oppure continuare ad aspettare.
La dermatologia pubblica rischia così di diventare un servizio formalmente esistente, ma non realmente accessibile. E una visita necessaria finisce per comportarsi come un bene di lusso.
La più grande fotografia mai realizzata sull’accesso alle cure dermatologiche
A documentare la dimensione mondiale del problema è uno studio pubblicato il 26 agosto 2026 su JAMA Dermatology.
La ricerca ha coinvolto 158 Paesi, nei quali vive il 97% della popolazione mondiale, e rappresenta la prima valutazione sistematica globale dell’accesso alle cure per le malattie della pelle.
I risultati sono impressionanti.
Ogni anno si registrano tra 4,7 e 4,9 miliardi di nuovi casi di malattie dermatologiche. Nel mondo si contano circa 175.600 dermatologi, con una media di 2,66 specialisti ogni 100.000 abitanti.
Secondo i ricercatori, per garantire un’assistenza adeguata sarebbero necessari almeno 5,63 dermatologi ogni 100.000 persone.
Soltanto il 17% dei Paesi raggiunge questa soglia.
Nel 42% dei Paesi l’accesso alle cure dermatologiche viene giudicato inadeguato o estremamente scarso. E il 74% dichiara che la salute della pelle non rappresenta una priorità governativa.
Non è quindi un problema marginale e non riguarda soltanto le nazioni più povere. Anche nei Paesi ad alto reddito esistono territori nei quali trovare uno specialista, ottenere una diagnosi e iniziare una cura può diventare un percorso a ostacoli.
Perché mancano le cure anche dove i dermatologi esistono
Dire che “mancano i dermatologi” non è sufficiente.
Lo studio mostra che, mediamente, il 79% degli specialisti è concentrato nei centri urbani. Un Paese può quindi avere un numero complessivamente discreto di dermatologi e lasciare comunque scoperte periferie, aree rurali, territori interni e isole.
Il problema non è soltanto quanti specialisti ci sono, ma dove lavorano, in quale settore e per quante persone risultano realmente raggiungibili.
Anche la crescita della medicina estetica contribuisce allo squilibrio: il 59% degli intervistati nei Paesi ad alto reddito segnala come problematica la migrazione di parte dell’attività dermatologica verso questo settore.
Non si tratta di contrapporre la dermatologia clinica a quella estetica. Il punto è un altro: mentre l’offerta privata segue legittimamente la domanda e la capacità di spesa, il servizio pubblico deve garantire diagnosi e cura a chi ne ha bisogno, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza.
Quando questo non accade, la possibilità economica diventa una scorciatoia sanitaria. Chi può pagare riduce l’attesa; chi non può rimane fermo.
Una visita non equivale a una presa in carico
Per chi convive con idrosadenite suppurativa, psoriasi, dermatite atopica o altre malattie croniche, riuscire a ottenere una prima visita è soltanto l’inizio.
Servono controlli regolari, accesso alle terapie, monitoraggio, gestione delle riacutizzazioni e un riferimento al quale rivolgersi quando la situazione cambia.
Troppo spesso, invece, il paziente riceve una prescrizione ma non un percorso. Viene rimandato dal medico di base allo specialista, dall’ambulatorio all’ospedale e da un centro all’altro, senza che nessuno coordini realmente la sua assistenza.
Il risultato è che diventa il paziente stesso a dover costruire la propria rete di cura: cercare informazioni, individuare il centro, prenotare nuove visite, recuperare documenti, percorrere centinaia di chilometri e spiegare ogni volta la propria storia clinica.
Questa non è presa in carico. È un trasferimento di responsabilità dal sistema alla persona malata.
Il luogo in cui vivi può decidere come sarai curato
La disuguaglianza dermatologica è anche geografica.
Vivere lontano da un grande centro significa spesso sostenere spese di viaggio, perdere giornate di lavoro, dipendere da familiari e affrontare trasferte anche per un controllo.
Per chi vive in un’isola o in un’area interna, una visita non dura il tempo trascorso nello studio medico. Può richiedere un’intera giornata, talvolta due, e avere un costo molto superiore al semplice ticket.
È per questo che l’accesso non può essere misurato contando soltanto il numero delle prestazioni erogate.
Un ambulatorio presente sulla carta non è necessariamente accessibile. Bisogna conoscere anche i tempi di attesa, le distanze, i collegamenti, la continuità dei controlli e il numero di persone che rinuncia a curarsi.
Le soluzioni esistono
La crisi dell’accesso dermatologico non si risolve con una sola misura. Servono interventi coordinati e verificabili.
1. Rendere pubblica la mappa reale dell’accesso
Ogni Regione dovrebbe pubblicare tempi di attesa, distribuzione degli specialisti, distanze dai centri e disponibilità dei percorsi dedicati alle malattie croniche.
Non basta sapere dove viene erogata una visita. Bisogna sapere quanto occorre aspettare e che cosa succede dopo.
2. Costruire reti dermatologiche regionali
Medici di medicina generale, pediatri, dermatologi territoriali, ospedali e centri specialistici devono essere collegati da percorsi chiari.
Il paziente non può continuare a essere il postino della propria documentazione e il coordinatore della propria cura.
3. Garantire continuità alle persone con malattie croniche
Idrosadenite suppurativa, psoriasi e dermatite atopica non possono essere gestite attraverso una successione di visite isolate.
Servono controlli programmati, accesso tempestivo durante le riacutizzazioni, continuità terapeutica e un riferimento sanitario riconoscibile.
4. Portare le competenze fuori dalle grandi città
Occorrono incentivi per gli specialisti che lavorano nei territori carenti, ambulatori decentrati e collegamenti stabili con i centri di riferimento.
La teledermatologia può aiutare a ridurre alcuni spostamenti e accelerare gli invii, ma deve integrare l’assistenza in presenza, non sostituirla indiscriminatamente.
5. Formare chi incontra per primo il paziente
Lo studio evidenzia che in molti Paesi medici di base, pediatri, infermieri e farmacisti svolgono già un ruolo importante nell’assistenza dermatologica, spesso con una formazione insufficiente.
Rafforzare le loro competenze può favorire il riconoscimento precoce delle patologie e ridurre diagnosi sbagliate e ritardi. Non per sostituire il dermatologo, ma per condurre prima il paziente allo specialista giusto.
6. Ascoltare e misurare l’esperienza dei pazienti
La stessa ricerca riconosce un limite importante: descrive i sistemi sanitari attraverso esperti nazionali, ma non raccoglie direttamente la voce dei pazienti.
I dati amministrativi registrano le prestazioni. I pazienti raccontano le telefonate senza risposta, le visite rinviate, i chilometri percorsi, il denaro speso e le cure abbandonate.
Entrambe le informazioni sono necessarie per capire se un servizio funzioni davvero.
La dichiarazione di Giusi Pintori, fondatrice e direttrice di Passion People APS
«Una visita dermatologica nel Servizio sanitario nazionale sta diventando un bene di lusso. Ma questa crisi non può essere liquidata dicendo semplicemente che mancano gli specialisti. Il problema è un sistema che concentra le competenze nelle grandi città, non collega i servizi, costringe i pazienti a inseguire le cure e continua a confondere una singola visita con una vera presa in carico.Se per ottenere una diagnosi bisogna aspettare mesi, pagare privatamente o attraversare una Regione, quel diritto esiste soltanto sulla carta. E quando l’accesso dipende dal reddito o dal codice postale non siamo più davanti a una semplice inefficienza: siamo davanti a una disuguaglianza sanitaria.Le soluzioni sono note: reti dermatologiche regionali, tempi di attesa pubblici e verificabili, percorsi continuativi per le malattie croniche, competenze territoriali, teledermatologia collegata agli specialisti e partecipazione dei pazienti alla valutazione dei servizi. Se conosciamo il problema e sappiamo come intervenire, continuare a non farlo non è più una mancanza di conoscenza. È una scelta politica.La pelle è un organo. Le malattie dermatologiche possono provocare dolore, disabilità e perdita di vita. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra pagare, viaggiare o rinunciare a curarsi.»
Dal dato globale alla responsabilità nazionale
Nel 2025 l’Assemblea Mondiale della Sanità ha riconosciuto le malattie della pelle come una priorità globale di salute pubblica.
Ma una risoluzione non riduce una lista d’attesa, non apre un ambulatorio e non accompagna un paziente attraverso un percorso di cura.
Lo studio pubblicato su JAMA Dermatology consegna ai governi una fotografia che non può essere ignorata. Ora occorre trasformare quei dati in programmazione, personale, reti territoriali e risultati misurabili.
La domanda non è più se esista una crisi dell’accesso alle cure dermatologiche.
La crisi è documentata.
La domanda è quanto ancora si sia disposti ad accettare che una visita necessaria venga trattata come un privilegio.
Fonte: “Global Disparities in Access to Dermatologic Care”, JAMA Dermatology, pubblicato online il 26 agosto 2026. doi: 10.1001/jamadermatol.2026.3112.




