Passion People Observes: Chirurgia nell’idrosadenite suppurativa, va fatta. Ma c'è altro da sapere.
- Giusi Pintori

- 6 ore fa
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Al Congresso SIDeMAST 2026, la sessione dedicata alla chirurgia dell’idrosadenite suppurativa (HS), coordinata dalla Prof.ssa Cristina Magnoni dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena, ha chiarito un punto fondamentale: nella HS la chirurgia non è più un gesto tecnico isolato. È una parte di un modello di cura più complesso, che funziona solo quando clinica, chirurgia e gestione post-operatoria smettono di essere pezzi separati.
Questo è un passaggio importante, perché cambia il modo in cui l’idrosadenite suppurativa deve essere spiegata ai pazienti e organizzata nel sistema di cura.
Come sottolinea Giusi Pintori, direttrice di Passion People APS: “Nell’idrosadenite il problema non è solo arrivare all’intervento. Il problema è tutto ciò che succede prima, durante e dopo, quando il sistema non tiene insieme i pezzi.”
Questo è il punto da cui partire.
Per anni la chirurgia nell’idrosadenite è stata raccontata come un’opzione: una possibilità da considerare quando la terapia non bastava più.
Oggi questa lettura non è più sufficiente.
Il modello emerso dalla sessione è quello del multimodal management: un approccio in cui antibiotici, terapie sistemiche, imaging, chirurgia e wound care non sono fasi separate, ma parti dello stesso percorso.
Detto in modo semplice, significa questo: nella HS la chirurgia non è “la fine del percorso”. È una fase di una traiettoria più lunga, e funziona davvero solo se viene inserita dentro una strategia coerente.
È qui che cambia tutto.
Perché il punto non è più soltanto se operare o non operare.
Il punto è come si arriva all’intervento, con quale controllo dell’infiammazione, con quale lettura della malattia, con quale pianificazione, con quale gestione del dopo.
Uno dei dati più rilevanti emersi riguarda proprio questo: ciò che si vede non coincide sempre con ciò che c’è.
Le slide presentate mostrano che fino al 26,96% dei pazienti può essere sottostimato clinicamente.
Significa che la malattia può essere più estesa di quanto appaia all’esame clinico, cioè alla semplice visita.
In pratica: ciò che si vede sulla pelle non sempre corrisponde a tutta la malattia presente sotto la pelle.
Per questo l’imaging cambia radicalmente il peso della decisione chirurgica.
Per imaging si intendono esami come ecografia e risonanza magnetica, che servono a vedere meglio l’estensione reale della malattia.
L’ecografia può ridefinire i margini dell’intervento, cioè aiutare a capire meglio quanto tessuto è davvero coinvolto. La risonanza magnetica è decisiva nei casi più complessi e profondi.
Questo è uno dei passaggi più importanti di tutta la sessione, perché chiarisce un punto semplice ma decisivo: molte recidive non nascono solo da una chirurgia “sbagliata”, ma da una malattia che non era stata vista per intero.
È qui che si crea uno dei primi grandi scarti tra teoria e realtà.
Il sistema decide su ciò che vede. Il paziente vive anche ciò che non è stato visto.
E da questo scarto nascono percorsi più lunghi, reinterventi,frustrazione e perdita di fiducia.
C’è poi un secondo punto che i pazienti devono conoscere bene.
La chirurgia nell’idrosadenite non è mai una scelta neutra.
Ogni intervento si muove dentro un equilibrio reale tra estensione chirurgica e impatto sulla vita.
Interventi più limitati possono significare meno peso immediato, ma più rischio di recidiva. Interventi più ampi possono ridurre le recidive, ma aumentare tempi di guarigione, peso post-operatorio e impatto funzionale.
Questo è il vero trade-off chirurgico.
Trade-off significa una scelta in cui ogni opzione ha un vantaggio, ma anche un costo.
Nel caso della chirurgia dell’idrosadenite, significa questo: togliere meno può pesare meno subito, ma aumentare il rischio che la malattia torni. Togliere di più può ridurre il rischio che torni, ma rendere il recupero più lungo e più impegnativo.
Non è solo una scelta tecnica. È una scelta che cambia la vita reale del paziente.
E questo è uno dei punti che più spesso resta implicito nel percorso: i pazienti arrivano all’intervento senza che questo equilibrio venga sempre spiegato davvero.
Un altro elemento centrale emerso dalla sessione riguarda il rapporto tra chirurgia e terapia sistemica.
Per terapia sistemica si intendono terapie che agiscono su tutta la malattia, non solo sulla singola lesione: antibiotici, farmaci biologici e altri trattamenti che aiutano a controllare l’infiammazione.
Antibiotici, biologici e chirurgia non sono alternative. Sono strumenti diversi che devono essere coordinati.
Questo è un passaggio importante perché sposta il ragionamento: il problema non è “la terapia giusta”, ma la sequenza giusta.
Timing, combinazione e continuità.
Significa capire quando usare una terapia, come combinarla con le altre e come evitare interruzioni che rendono il percorso meno efficace.
La chirurgia, da sola, non spegne l’infiammazione sistemica.
Può trattare una sede. Può ridurre una parte del burden di malattia. Ma non elimina il meccanismo infiammatorio che sostiene l’HS.
Burden di malattia significa il peso complessivo della malattia: dolore, infiammazione, lesioni, limitazioni e impatto sulla vita quotidiana.
Questo significa che la chirurgia non è curativa in senso assoluto.
Può migliorare molto la situazione, ma funziona davvero solo quando è inserita dentro una strategia integrata.
È qui che la clinica cambia davvero.
Ed è qui che il sistema, oggi, spesso non regge ancora.
Perché quando dermatologia, chirurgia e terapia sistemica non dialogano davvero, il paziente continua a vivere percorsi frammentati.
C’è poi una fase che nelle slide emerge con molta più forza di quanto normalmente venga raccontata: il wound care.
Wound care significa gestione della ferita dopo l’intervento.
Ed è forse una delle parti più sottovalutate di tutto il percorso.
Nell’idrosadenite, la gestione delle ferite non è il “dopo”.
È una fase clinica centrale.
Richiede tempo, competenze, continuità, medicazioni avanzate, gestione del dolore, organizzazione della vita quotidiana e capacità di seguire il paziente nel tempo.
Questa non è una fase accessoria.
È uno dei punti in cui si decide davvero il peso reale dell’intervento.
Per molti pazienti, il momento più difficile non è la chirurgia. È la fase successiva.
Ed è qui che si concentra una parte enorme del burden reale della malattia.
Se questa fase non è strutturata, il paziente resta solo a gestire dolore, incertezza, medicazioni, tempi lunghi e perdita di autonomia.
La sessione ha reso molto chiaro anche un altro punto: la chirurgia dell’HS non è una chirurgia standard.
Richiede training dedicato.
Training dedicato significa formazione specifica sull’idrosadenite suppurativa: non solo saper operare bene, ma sapere come si comporta questa malattia, dove tende a tornare, come si integra con le terapie e come si gestisce il decorso dopo l’intervento.
Questo è uno dei veri nodi strutturali.
Perché senza training dedicato, aumentano:
variabilità dei risultati
rischio di recidiva
disomogeneità tra territori
disuguaglianze di accesso
Ed è qui che la questione smette di essere solo clinica e diventa organizzativa.
Il centro di Modena, in questo quadro, rappresenta oggi uno dei modelli più avanzati in Italia.
Ma proprio per questo va letto nel modo giusto.
Modena non è solo un’eccellenza. È un segnale.
Mostra cosa è possibile fare quando competenze, esperienza e organizzazione esistono davvero.
Ma mostra anche un limite strutturale: quando un centro raccoglie pazienti da tutta Italia, non stiamo osservando solo un’eccellenza. Stiamo osservando una concentrazione di competenze che altrove ancora manca.
Questo è il punto sistemico.
Il problema non è che Modena funziona troppo. Il problema è che questo modello non è ancora abbastanza distribuito.
Ed è qui che si apre il punto più importante.
Il problema oggi non è più solo migliorare la tecnica.
Il problema è costruire un sistema che renda questa complessità sostenibile, leggibile e accessibile.
Questo significa:
formare chirurghi con training specifico sull’HS
integrare dermatologia, chirurgia, imaging e wound care
costruire reti territoriali più solide
distribuire competenze oggi troppo concentrate
smettere di lasciare il paziente da solo a tenere insieme il percorso
È esattamente questo lo spazio di lavoro che, come Passion People APS, stiamo osservando e cercando di rendere visibile: trasformare ciò che i pazienti vivono in elementi utili per costruire percorsi più leggibili, più coerenti e più equi.
La sessione del SIDeMAST ha mostrato con chiarezza il livello clinico della complessità.
L’esperienza reale dei pazienti mostra il livello operativo.
Ed è solo nell’integrazione tra questi due livelli che la chirurgia dell’idrosadenite smette davvero di essere solo chirurgia.



