NON PASSARE OLTRE, NEL 2026 Giornata Mondiale del Malato: dalla parabola del “fermarsi” a una sanità davvero people-centred
- Giusi Pintori

- 2 giorni fa
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L’11 febbraio 2026 ricorre la Giornata Mondiale del Malato. È una data che nasce in un contesto religioso, ma che oggi riguarda chiunque abbia a cuore una cosa semplice e radicale: la dignità delle persone quando stanno male.
Nel messaggio diffuso dal Vaticano per questa edizione, il Papa ha riproposto l’immagine del Buon Samaritano: non come simbolo “morale”, ma come gesto concreto — fermarsi, guardare, prendersi cura, affidare.
Noi vogliamo partire da lì, ma con una lente laica e attuale: che cosa significa “non passare oltre” nel 2026, dentro sistemi sanitari complessi, liste d’attesa, cronicità, salute mentale, disuguaglianze territoriali e digitali?
1) Nel 2026 il contrario della cura è la velocità senza ascolto
Viviamo dentro una cultura che misura tutto in tempi rapidi: risposte immediate, performance, efficienza. Ma la malattia — soprattutto quella cronica — ha un’altra grammatica: tempo lungo, ricadute, vergogna, isolamento, burocrazia, dolore che torna.
Per Passion People APS, questa è una variabile chiave (e troppo spesso ignorata): il tempo come determinante di salute. Non è solo attesa: è erosione di energie, lavoro, relazioni, autostima. È costo sociale.
E qui la lezione del “fermarsi” diventa contemporanea: non è romanticismo. È un criterio organizzativo.
2) “Leave no one behind” non è uno slogan: è un test di realtà
Nelle Nazioni Unite e nell’Agenda 2030, l’impegno è esplicito: assicurare salute e benessere per tutti, con un obiettivo preciso: la copertura sanitaria universale (UHC), inclusa la protezione dal rischio economico e l’accesso a servizi essenziali di qualità.
E “per tutti” significa davvero tutti: chi vive lontano dai centri, chi non riesce a orientarsi nel sistema, chi non ha risorse economiche, chi convive con condizioni stigmatizzate, chi è stanco di spiegarsi ogni volta da capo.
Non basta che le cure esistano. Devono arrivare.
E oggi, troppe persone imparano sulla propria pelle la differenza tra:
disponibilità di una terapia
e accessibilità reale di un percorso di cura.
3) Dal “disease-centred” al “people-centred”: la svolta che serve anche in Italia
La sanità del futuro non può essere progettata solo “intorno alle malattie”. L’orientamento internazionale è chiaro: mettere al centro la persona e la comunità, lungo un continuum di cura, con partecipazione attiva e servizi integrati.
Tradotto in pratica:
meno frammentazione tra specialisti e servizi;
più continuità (prima/durante/dopo);
più empowerment, informazione comprensibile, decisioni condivise;
più attenzione ai bisogni psicologici e sociali, non “accessori”.
Questo è modernissimo. Ed è misurabile.
4) La compassione, oggi, si chiama competenza relazionale (e accountability)
Nel messaggio per la Giornata del Malato, il Papa insiste su un punto che possiamo tradurre laicamente: la vicinanza non è un sentimento, è un’azione.
Per noi significa una cosa precisa: la qualità della cura si vede anche da come si comunica, da come si ascolta, da quanto una persona si sente creduta e non colpevolizzata.
E qui entra un tema che Passion People aps ha portato nel tempo con forza: ascolto strutturato, responsabile, non improvvisato.
Non “racconti” usati per fare rumore. Ma ascolto che genera:
orientamento (per non perdersi);
educazione (per scegliere meglio);
dati qualitativi (per migliorare i percorsi);
alleanze (tra pazienti, clinici, istituzioni, ricerca).
5) Idrosadenite, psoriasi, dermatite atopica: quando lo stigma diventa barriera di accesso
Le patologie infiammatorie croniche della cute, come idrosadenite suppurativa, psoriasi e dermatite atopica, non comportano soltanto sintomi fisici, ma spesso espongono le persone a fraintendimenti, giudizi e minimizzazioni.
Lo stigma può insinuarsi nei contesti sociali, lavorativi e persino sanitari, influenzando il modo in cui il paziente si percepisce, racconta i propri sintomi e accede alle cure.
Nel 2026 “non passare oltre” significa anche questo: riconoscere che la banalizzazione, il ritardo diagnostico e la sottovalutazione del vissuto del paziente possono trasformarsi in vere barriere alla presa in carico e alla continuità della cura.
6) L’innovazione vera: fiducia, dati, e cura digitale etica
Oggi il digitale può essere ponte o trappola. Per questo Passion People APS lavora su un’idea molto concreta (e molto attuale): ascolto responsabile.
Cosa vuol dire, in modo semplice:
micro-impegni sostenibili (non burnout);
confini chiari (presenza ≠ presa in carico clinica);
orientamento verso i servizi giusti;
indicatori “leggeri” ma utili (senza trasformare le persone in numeri);
protezione della dignità e della privacy;
restituzione pubblica che non espone e non sfrutta.
È la direzione coerente con la sanità people-centred: la tecnologia serve se aumenta accesso, comprensione e fiducia — non se produce confusione.
7) Una nota necessaria: gratitudine e alleanza con chi cura
C’è un punto che per noi è non negoziabile: questo discorso non è contro le istituzioni né contro chi lavora nella sanità.
È con chi cura, spesso in condizioni difficili .È un invito a migliorare insieme, con linguaggio rispettoso, con proposte, con dati, con umanità.
Perché la salute è un bene pubblico. E perché, come ricorda l’Agenda 2030, la direzione è una: ridurre le disuguaglianze di accesso e costruire sistemi che reggano davvero la cronicità.
Il nostro impegno, oggi
Nel 2026, “non passare oltre” per Passion People APS significa:
rendere visibili le cronicità che vengono lasciate ai margini;
aiutare le persone a orientarsi, senza sensazionalismo;
costruire alleanze con clinici, ricerca, istituzioni e comunità;
trasformare l’ascolto in azioni migliorative (non in rumore);
difendere un’idea semplice: la cura non è un evento, è un percorso.
E se vogliamo una frase che valga per credenti e non credenti: una società si misura da come si ferma davanti alla fragilità.
Non passare oltre. Oggi. Non domani.









