LA PELLE NON È UN LUSSO: MILIARDI DI PERSONE SI AMMALANO, MA PER I GOVERNI CONTINUA A NON ESSERE UNA PRIORITÀ
- Giusi Pintori

- 10 ore fa
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Un grande studio internazionale fotografa una disuguaglianza sanitaria enorme: solo il 17% dei Paesi dispone di un numero di dermatologi considerato adeguato. Nel 42% del mondo l’accesso alle cure è insufficiente o estremamente scarso. E anche nei Paesi più ricchi interi territori e fasce della popolazione restano senza risposte.
Le malattie della pelle non sono un problema marginale, non sono un difetto estetico e non sono qualcosa che si possa liquidare con una crema o con l’invito ad “avere pazienza”.
Ogni anno nel mondo si registrano tra 4,7 e 4,9 miliardi di nuovi casi di malattie dermatologiche. Patologie che possono causare dolore, disabilità, infezioni, cicatrici, stigma, isolamento e conseguenze profonde sulla vita affettiva, sociale, scolastica e lavorativa.
Eppure, per milioni di persone, arrivare a una diagnosi e a una cura adeguata continua a essere un privilegio.
A dimostrarlo è il primo grande studio sistematico sull’accesso globale alle cure dermatologiche, pubblicato il 26 agosto 2026 su JAMA Dermatology. La ricerca ha raccolto dati da 158 Paesi, nei quali vive il 97% della popolazione mondiale.
Il risultato è una fotografia durissima: nel 42% dei Paesi l’accesso alle cure dermatologiche viene giudicato inadeguato o estremamente scarso.
Solo un Paese su sei garantisce una presenza adeguata di dermatologi
Nel mondo si stimano circa 175.600 dermatologi, ma sono distribuiti in modo profondamente diseguale.
Nei Paesi a basso reddito si contano in media appena 0,37 dermatologi ogni 100.000 abitanti. Nei Paesi ad alto reddito si arriva a 5,05. Secondo i ricercatori, però, per assicurare un accesso adeguato alle cure ne servirebbero almeno 5,63 ogni 100.000 persone.
Soltanto il 17% dei Paesi raggiunge questa soglia.
Non basta quindi vivere in una nazione considerata ricca. Anche nei sistemi sanitari più avanzati esistono veri e propri “deserti dermatologici”: territori lontani dai grandi centri, aree rurali e periferiche nelle quali trovare uno specialista, ottenere una diagnosi o accedere a un trattamento può richiedere mesi, lunghi viaggi e costi che non tutti possono sostenere.
La maggior parte dei dermatologi è infatti concentrata nelle città. Lo studio stima che, mediamente, il 79% degli specialisti lavori nei centri urbani.
La conseguenza è semplice e ingiusta: il luogo in cui una persona nasce o vive può determinare quanto dovrà aspettare, quanto dovrà spostarsi e persino se riuscirà a curarsi.
Il dato più grave: la salute della pelle non interessa ancora alla politica
Il 74% dei Paesi coinvolti nello studio dichiara che la salute della pelle non rappresenta una priorità per il proprio governo.
È forse il dato più pesante dell’intera ricerca, perché aiuta a comprendere tutti gli altri.
Se le malattie dermatologiche non entrano nella programmazione sanitaria, non si investe nella formazione degli specialisti, non si costruiscono reti territoriali, non si organizzano percorsi diagnostici e terapeutici e non si garantisce una reale continuità assistenziale.
Così i pazienti restano intrappolati tra liste d’attesa, diagnosi tardive, visite ripetute, trattamenti inefficaci, accessi impropri ai servizi di emergenza e viaggi verso centri lontani.
Nel frattempo la malattia avanza e il suo costo ricade interamente sulla persona: sul suo corpo, sulla sua salute mentale, sulla famiglia e sulla possibilità di studiare o lavorare.
Non è soltanto una questione di numeri
Lo studio mostra che il problema non può essere risolto semplicemente aumentando il numero complessivo degli specialisti. Occorre decidere dove devono essere garantite le cure, attraverso quali percorsi e con quale responsabilità pubblica.
Oltre la metà dei Paesi ad alto reddito segnala un numero insufficiente di dermatologi. E il 59% denuncia come un problema anche il crescente spostamento degli specialisti verso la medicina estetica.
Non si tratta di contrapporre la dermatologia clinica a quella estetica, ma di riconoscere una responsabilità evidente: mentre una parte crescente dell’offerta sanitaria segue la capacità di spesa, milioni di persone con malattie croniche, infiammatorie, rare o invalidanti attendono ancora una diagnosi e una presa in carico.
In molte zone del mondo sono medici di base, pediatri, infermieri e farmacisti a gestire una parte consistente dei problemi dermatologici, spesso dopo aver ricevuto soltanto poche ore di formazione specifica.
Rafforzare le loro competenze può aiutare a riconoscere prima le patologie e indirizzare correttamente i pazienti. Ma non può diventare il pretesto per sostituire gli specialisti o lasciare alcuni territori privi di dermatologia.
Teledermatologia e intelligenza artificiale potranno offrire un supporto importante, soprattutto nelle aree più isolate. Non potranno però trasformarsi nell’ennesima scorciatoia. Una fotografia inviata attraverso uno schermo non sostituisce sempre una visita, e un algoritmo non può compensare l’assenza di un percorso sanitario.
La pelle è salute pubblica
Nel 2025 l’Assemblea Mondiale della Sanità ha finalmente riconosciuto le malattie della pelle come una priorità globale di salute pubblica. Ma una risoluzione, da sola, non cura nessuno.
Servono investimenti, formazione, centri collegati tra loro, assistenza territoriale, teledermatologia regolata, tempi di accesso misurabili e una distribuzione degli specialisti che non abbandoni periferie, isole e aree interne.
Soprattutto, serve coinvolgere le persone che convivono con queste malattie. Lo stesso studio riconosce un limite fondamentale: i dati sono stati raccolti attraverso esperti e responsabili nazionali, ma non raccontano direttamente l’esperienza dei pazienti.
Ed è proprio lì, nella distanza tra i servizi dichiarati e le cure realmente raggiungibili, che spesso si nasconde la parte più grave della disuguaglianza.
La dichiarazione di Giusi Pintori, fondatrice e direttrice di Passion People APS
«Questi dati smascherano un’ingiustizia che i pazienti conoscono da anni: non è la gravità della malattia a stabilire se e quando sarai curato, ma troppo spesso il luogo in cui vivi, il denaro che possiedi e la tua capacità di orientarti da solo dentro un sistema frammentato. Non possiamo continuare a chiamare “accesso alle cure” l’esistenza teorica di uno specialista a centinaia di chilometri, di una terapia che nessuno ti prescrive o di un centro del quale il paziente deve scoprire casualmente l’esistenza. Questo non è accesso: è abbandono organizzato.Le malattie della pelle provocano dolore, disabilità, stigma e perdita di vita, ma continuano a essere trattate come una medicina minore. Quando tre governi su quattro non considerano la salute della pelle una priorità, il problema non è più soltanto sanitario: è politico. Chiediamo percorsi pubblici riconoscibili, diagnosi tempestive, continuità assistenziale e cure raggiungibili anche nelle periferie, nelle aree interne e nelle isole. Il diritto alla salute non può dipendere dal codice postale. La pelle non è un lusso e nessun paziente deve essere lasciato solo a cercarsi la cura.»
Lo studio internazionale consegna ai governi numeri che non consentono più alibi. Adesso la domanda non è se esista una crisi nell’accesso alle cure dermatologiche. La crisi è documentata.
La domanda è quanto altro dolore si sia disposti ad accettare prima di trasformare la salute della pelle in una priorità reale.
Fonte: “Global Disparities in Access to Dermatologic Care”, JAMA Dermatology, pubblicato online il 26 agosto 2026, doi: 10.1001/jamadermatol.2026.3112.



